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venerdì, 28 marzo 2008
Nervature in chiaroscuro
di una foglia di carta
di un barbone che dorme.

Uno zingaro brucia
opacità di un nylon
sul pesce che puzza.
nel lago piatto
del diverso che fugge.
La scimmia scende dall'albero

Rientra,
goccia.
Ritorna,
ameba.
Grido inghiottito,
indicibile
silenzio.
postato da linodigianni alle ore 20:42 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: poesie, poesia, scrivere, poesie mie, scrittura, vento incerto, poeti ingenui


lunedì, 18 febbraio 2008

Seduti davanti ai piccoli schermi liquidi
attendevano comparisse la parola convenuta:
al segnale uscirono di casa.

E andarono là.

Chi portò un macinino, chi la limetta
per le unghie. Qualcuno una chiave, un rossetto
bambole o soldatini.
Ne fu certificato il deposito.
Tutto venne
rigorosamente interrato,
con posto numerato e foto a latere.

Camminando nei viali attesero
qualche scintilla del vecchio fuoco
stanca cenere di
attimi vissuti, emozioni aggrumate.

Ci fu un po’ di vento, un corvo

e un bambino che piangeva.

postato da linodigianni alle ore 04:59 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: poesie, poesia, poesie mie, vento incerto


lunedì, 28 gennaio 2008

Persino insabbiata, venuta via
day by day
operosa conchiglia
che simulava venti sui mari aperti
ora se ne sta lì, faro al centro dello sguardo
        Non aiuta a capire, dimentica dei gesti
fino a ieri complici.
Quella che guardi ogni giorno
da anni, sempre diversa e con difficoltà
lasci entrare con gli stessi vestiti.
Forse ne riconosci la voce
con cui mente, per farsi accettare.
Forse è la tua scimmia da
Robinson Crusoe, il tuo Venerdì.
Volgi la testa, al mangiare comune
e ti rigiri ai suoi incubi nel sonno
ma conosci la matrice comune
dei vostri affanni.
Dunque, accetta le sue
entrate, ora meste
ora ridanciane
perlopiù aspettando.

postato da linodigianni alle ore 08:40 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: poesie, poesia, poesie mie, vento incerto


sabato, 15 dicembre 2007

Per la ragazza con la testa rotonda,
che aveva un lato del corpo , offeso,
un braccio e una gamba che avanzavano a stento
che parlava dei suoi due gemelli
nello stesso modo che
il sole sta in cielo
e pure le nuvole.

Per il vecchio molto malato, che parlava arrabbiato
di tutti gli esami e si confondeva le tasche, le vene
e faceva paura col suo attaccamento
a medicine, grani del consueto rosario

Per la signora, anziana, con problemi per
il suo nascente morbo di Parkinson
e che pure aggiustava, sollecita, il colletto al marito
e chetava la figlia down, oramai adulta, spaventata.


Per queste, e per altre persone
che fanno del lavoro, del dolore, dei faticamenti
la loro colonna sonora,

scrivono i poeti ingenui,
a tentare la possibilità,
dell’essere interi.

Lino Di Gianni

La colomba ascoltava in silenzio
aveva smesso da tempo di tubare
e l ‘ala nera del corvo proiettava
l’ ombra dipinta a notte
- Mai più
colomba
avrai la giovanile e forte remigata
mai più. -
Taceva la colomba
e la voce del corvo pugnalava
il silenzio e l’ amore.
- Mai più
Il tuo volo sopra i campanili
e nelle torri solo i pipistrelli
fanno nidi di sabbia. -
Gracchiante il corvo
la colomba tace
nei ricordi di piombo un lungo viaggio
e perdita di piume
e soli tramontati a sua insaputa.
- Mai più -
ripete il corvo
prima di inabissarsi nello smog…
Volteggia solitaria una colomba
cercando di spiccare ancora un volo
dal silenzioso grigio dell’ Alzheimer
verso patria di nuvole.

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postato da lainus alle ore 16:11 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: poesie, poesia, poesie mie, vento incerto


domenica, 07 ottobre 2007

1 versione

Muove il piede avanti, poi ci ripensa

Mi chiede, interdetto, hai paura di morire?

Non capisco il gioco, mi ritraggo,
sposto il peso dietro.
Mi fermo.

Preparo i soldi per pagare il casello,
mi mette sempre in ansia. Sudo.
(Non sono neppure in macchina).

Porto a spasso il cane. Senza museruola.
Non ho più una casa, cerco moglie.
Non ho paura di morire. Forse di perdere:
Perdere cosa, mi chiede.Hai lasciato debiti?Sei Ricco?
Hai tanti figli?
(Ti piace Mozart, Bach, che fai, Aspetti Godot?)

Tagliavo il pane dalla parte più cedevole,
aprivo l'interno, forzandone i passaggi.
Saggiavo coi denti le residue difese,
poi irrompevo al centro, travolgendo tutto.

Non sappiamo in che direzione andarcene,
aspettiamo un 'occasione di vento,
una frase fatta, un bicchiere di vino.
Dormirò, stanotte?

2 versione

Muove il piede avanti, poi ci ripensa
Mi chiede , incerto, hai paura di morire?

Non capisco il gioco, mi ritraggo.
Sposto il peso dietro. Mi fermo,
preparo i soldi per pagare il casello,
mi mette sempre in ansia, sudo,
non sono neppure in macchina.

Porto a spasso il cane. Senza museruola.
Non ho più una casa, non cerco moglie.

Non ho paura di morire, forse di perdere.
Perdere cosa? mi chiede,

Hai lasciato debiti? Sei Ricco?
Hai figli? Ti piace Mozart, Bach?

Tagliavo il pane
aprivo l'interno
forzandone passaggi
le difese.

Cotoni di bambagia
e panni pesanti di acqua:
non fumavo più, spenti i piccoli soli.


Non sappiamo in che direzione andarcene,
aspettiamo una frase fatta
un bicchiere di vino. Dormirò, stanotte?

postato da linodigianni alle ore 06:06 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: poesia, poesie mie, scrittura, vento incerto, vento febbre


venerdì, 27 luglio 2007

Riempirsi gli spazi di cose,
dare un prezzo agli oggetti,
mi è sempre interessato poco.
Amo raccogliere sensazioni
che non restano uguali nel ricordo.
Il loro valore, invendibili e preziose.

Verso sera, spinto in un angolo del sofà
dal mare
contro la sabbia senza sponde
cerco di capire
cosa beve a bocca piena
con lente ondate e sussulti
come fosse per tirare su un sole,
del vento
e partire.

Per propiziare il mio viaggio
incuneo il corpo tra due anse,
lo stendo parallelo a una fenditura
e muovendo poco la schiena
vado incontro alla mia
Venezia

postato da linodigianni alle ore 09:17 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 09 maggio 2006
giovedì, 06 aprile 2006, ore 19:43
Alchencengie

Un'onda corta, un'onda ritrosa e una a rompere argini

La chiave che apre,serrande,si collegano prese
e le macchine pronte a digerire parole.

Cammino nei solchi della terra,cerco di capire
le piante leggere scivolate
a mettere radici come fili di lampadine provvisorie
!hola,que tal
stamani niente guerriglia in Colombia
vi ho portato un uomo ispanico, entiende?
un màs grande hombre de tierra
che non si vergogno' a parlare
della terra umida della sua donna
dei fiori della sua agricoltora.

Uomini,o mascheroni, o nani irridenti e gorgoglianti
travestiti da operai migranti
che si abbeverano alle parole degli indigeni di qua
e aspettano l'ombra, e aspettano il taglio del sole

e vedrai, uomo, con che riso e che eleganza
la tua gola si troverà tagliata
Da lì a lì,da un orecchio all'altro.

Hai capito cosa, hai creduto violenza
hai pensato paura/ diverso /invaso/ spia?

No,no. No.

Con tutta la grazia e la lentezza e
la pienezza del tempo che ci vuole,

quello che si prende
la delicata corolla chiusa a cuneo invincibile
del fiore di gelsomino
che buca la prima oscurità e apre al cielo
soffi d'aromi che lisciano gli occhi
con tutta la violenza della presenza della poesia
irriducibile cielo.

Loro vennero e continuano
anche se non li stiamo aspettando.

Loro versi, loro sensi
in onda corta,poi raccolta, poi franta
a rompere equilibri.

postato da linodigianni alle ore 09:57 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 09 maggio 2006
giovedì, 30 marzo 2006, ore 23:52




Nel tempo che il Budda

impiegò per un battito di ciglia

la vecchia finì di raccogliere il riso

Il pappagallo cerco' di evadere

dalle invisibili sbarre

e nel libro sacro del Bushido

si trovo' ricopiata

l'arte di ridersi addosso.



postato da linodigianni alle ore 09:53 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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lunedì, 16 maggio 2005

Uno sfinimento si insinua , tenue
come un battente aperto

Monto a cavallo su di un monaco tibetano
che ride per ogni cosa e
mormora parole come sgranasse un rosario

dentro di me, in circolo, cadenze argentine
ballano improbabili tanghi con cio' che resta
di parole abbaiate, dialetti od onomatopee
Bevo acqua minerale cercando di trascinarle giù.

Quanto tempo è passato da quando gridavo
di passarmi il pallone, di tuffarmi per vanto
di accompagnarla a casa stringendola troppo forte?

Sono nelle pianure dell'Alentejo, con le parole che si stringono
come i covoni nel giallo ocra e nel blue maren
della risacca erbosa.
Lei guarda intimidita e se ne svola
come un passero con l'appiglio sbagliato
perso un verbo, un accento, una doppia.

Mi arroto come un serpente mambo
nella pelle scura del Sertao,che una brasiliana
sembri africana, non è insolito
Che io mi senta come il Barone Samedì
ad officiare un voodo, forse lo è di più

Ancora una volta, mi chiedo: come sono finito, qui?

 

postato da alp alle ore 21:16 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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mercoledì, 13 aprile 2005

Il filo nel labbro
è un filare di vigna, raccolgo ogni acino
(sono parole non dette).
è lo sguardo che slitta,
mai guardare negli occhi
(se non vuoi avere in cambio una vita)

Il filo nel labbro
dice che non posso parlare, mi chiedono
conto di non averli cercati
quasi fossero usciti, spersi, masticati
quasi fossero altri, i pochi, i fidati.

Il filo nel labbro
segna la carne più viva
mi graffia con l'aspro
(aceto in bottiglia?)
Fortuna che ascolto, come
un rumore di sempre, i tuoi toni
odorosi, ansimanti.

Si sperde il mio filo, masticando
(anche a vuoto). Resta una traccia,
segnata, trincea errante
dei sogni avanzati.

postato da lainus alle ore 12:15 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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mercoledì, 13 aprile 2005

L' uomo dalla bocca cucita
non può parlare e ascolta.
Ascolta l'erba che si muove
e nasconde onde introverse
e bolle sospese.

Ogni sguardo lo mette
nel suo cappello, come fosse una foglia.
Se lo mette in testa
e riprende i ricordi
ogni passo un ritorno:
fossile affiorato, bolla delicata
a cercare respiri.

L' uomo dalla bocca cucita
s'immerge nella pozza invitante
chiedendosi ragione di quel pezzo
di fuoco a cui s'impicca la vita.

Senza, non cammina, non mangia
non riesce a dormire.
Come un bisogno di sostenere
i paesaggi, un'urgenza di
tracciare binari per treni svagati.

Si accende quel legno, a contatto
con gli altri, ma è fumo costante
che parla anche da solo.
E' entrato nel sangue? E' rimasto
impigliato negli scambi amorosi?

Si, la bocca cucita si è
riempita di braci, ormai spente
e le ceneri rimaste non servono
neanche come letame dei campi.

Erano bolle di un'erba nell'acqua
foglie nel cappello
sguardi lasciati a riva,
dall'agitarsi degli altri.



postato da lainus alle ore 09:42 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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mercoledì, 30 marzo 2005

Guardava ai quattro lati dei venti
prima, per capire se
poteva fidarsi ad avanzare con le scarpe.

Sai- avere la pelle scoperta, in questo mondo, non è
facile per nessuno.

Spostava la polvere, arrotolava l'aria
gli occhi nell'angolo in attesa che il gatto
decidesse il suo posto.
Lo sai che non ho gatti, non avrei il tempo
nè la voglia di seguire i loro scarti improvvisi.

Come due tende su un mare o campagna
o una strada assolata, lasciavi scappare un sorriso
vento largo per i miei galeoni pirati

Non ho tesori da rapinare, dicevi
piuttosto, prendimi la vita.
Va bene, madame, sarà mia cura
non farvene pentire,
crescerà come granello di polvere nell'ostrica.,
imperfezione che genera perle.

postato da lainus alle ore 23:04 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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sabato, 19 marzo 2005

Esercizi di concentrazione.

Avicenna mise la camicia non stirata, si abbottonò, saltandone alcuni, e uscì.
Cercò gli occhiali in tasca, guardò il sole nel cielo e pensò " Al mattino, le foglie.."

Camminando, vide un bambino, molto piccolo, appoggiato alla madre:
una cuffia con tre orsetti e la faccia da piccolo mongolo.
Teneva un biscotto sospeso e seguiva il volo di un singolo uccello.
Incerto tra il mangiare e il donare cadde per terra, e un poco cambiò anche il colore del cielo.

Si guardarono in faccia, gli adulti.
Si guardarono il bambino e l'uccello
e il cielo cambiò ancora configurazione.

Il suono di un violino sollevò una foglia,
il biscotto cambiò padrone

L'uccello trovo' una madre, zampettando nei pressi.
Sull'albero, in attesa del volo
del nuovo bisogno di sperimentare i confini
ci fu un bimbo,con la faccia da mongolo,
un cielo acquisito
un orizzonte provato,
un falso movimento da ricordare.

 

postato da lainus alle ore 16:45 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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sabato, 12 marzo 2005

 

 

gola incavata nel solco di una rosa
rosa negata nel profumo espunto
spina ritratta , impalpabile, inerte: cadere nel ricordo di un momento dimenticato, ancora da vivere
ancora senza profumo, spine; solchi, ansiti.
I fiumi dei paesi mai visitati, promesse possibili di amori e discanti.
Aria, nelle radici, a suggere linfe
potenti e iraconde, per il ritardo
solo ora scoperto

postato da lainus alle ore 19:59 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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venerdì, 04 febbraio 2005
 

Ogni giorno, tra le 4 e le 6 meno dieci, O. entrava nella stanza della pittura.
Ogni giorno, a quell'ora, Y. si faceva trovare pronta, in piedi, per essere dipinta.

Y. indossava sempre tre vestiti e un cappotto, lungo, nero, stretto nelle spalle, sfiancato e largo verso il basso.
O, era cieco.Y non parlava ,e accettava a un solo scopo.

O doveva dipingere il volto di Y, ricostruendone il ritratto dopo che l'aveva vista un sola volta, per poche ore, e baciata.
Y accettava di buon grado, ma solo fino a quando non fosse riuscita a ritrovare un nodo sul collo di lui .

Lui si metteva a poca distanza, ma le regole erano di non toccarsi.
Lei doveva parlargli, ma le regole erano mai fare domande.

O. cercava di annusare il bianco di limone bagnato della bocca, e dipingeva un pezzo di collo, nel giallo
biancastro della pelle di lei.

Y. guardava le mani di lui impugnare i pennelli e avrebbe voluto vederne gli incavi, le palme, per saperne le sorti segrete segnate.
Gli sguardi di lei, erano nuvole nel cielo oscurato di lui, che ne intuiva i passaggi mutevoli,
e volte un arrivo di lacrime, trattenute.

I movimenti di lui erano nascondere ed eludere l'unico che avrebbe posto fine al ritratto.

Ogni giorno ,alle sei meno dieci, lui cancellava tutto col bianco del giallo rimastogli in bocca,
ogni giorno, alle sei meno dieci, lei si alzava senza aver visto la duna affiorare sul collo di lui.

Disse lei: da quando ti ho incontrato mi sono successe due morti in un giorno, ho lasciato un tiepido marito e cercato una casa.
Disse lui: da quando ti ho incontrata ho ripreso speranza di vedere, se solo sapro' ricostruire il tuo viso, cosi' come l'ho visto e ora l'immagino.


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lunedì, 03 gennaio 2005

Prelude in E minor


Nella , nella parte, nella parte che guarda

isola avvolta / turbine esaurito, ma:

fiore fiore fiore...o la nuvola non ne contiene più?

ma c'era , ma c'era solo, ma certo che l'ho visto

con una lametta sottile hanno

O forse, forse non so? che quando perdi il momento in cui i petali si sfogliano

per gole d'acqua che si mostrano al...

o forse la nuvola non le contiene ancora?



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mercoledì, 15 dicembre 2004

ormai strappiamo neri alle notti
e all'alba precediamo i ritiri forzati
delle oscurità

oggi ho litigato con una nera che
aveva torto
contro gli altri italiani

ma tu dimmi se doveva toccare a me

una nera che sfrutta il
presunto razzismo

per costringrere, me,

a capire che lei

nigeriana truccata da vamp

non sopporta che non le riservino sempre

le attenzioni dovute

che razza di mondo alla rovescia, nella mia

e non solo mia

testa.






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lunedì, 06 dicembre 2004

Cuccuruccù Paloma...

Circondato da inconsuete carezze
l'albero distese i suoi rami
fino a toccare suolo con zampe di gufi e barbagianni

Si guardarono attorno, fissarono la luna
un ranocchio finse di scappare

A quel momento ,cerimonia imprevista, dai rami si porse
finissima tela, argentea odorosa

Ritrasse: i suoi rami, la collana, la gemma
impreziositi dal pasto di ucceli, rapaci

Inghiottita la luna, tornò
un nuovo canto.

 







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