pelle saracena, parlata dei mori.
Gli sentivi in bocca la musica
larga del siciliano
e il contrappunto secco dei liguri.
Sapeva
di venti, di passi, di maree
di quando la Capra Zoppa
si sarebbe infuriata
Del cocco per sentirne
la freschezza dall’acqua
agitandolo
Sapeva quando con una frase
accompagnarti a terra
ad asciugarti dalla buriana.
Forse aveva lasciato un coltello
nel posto sbagliato
chi lo offese
rimase senza fiato
A lui prese uno spavento
in cella muto lui e il gallo.
Non s’era mai visto un gallo di mare
ma forse era il sogno del barcone arenato.
Quel galluccio annunciava le secche:
fuggire! Ora, all’alba !
Si chiamava Azzarà, stava sotto un ombrello
una spiaggia, dietro pesci , cocchi e granite.
Pescava di notte con la lampara
un polifemo cortese col girotondo
dei cefali.
Me l’ha detto un polpo, rossiccio,
incontrato là sotto
che svitava barattoli, serviva granite
sapeva quando i cocchi,
maturi.
© lino di gianni











