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martedì, 29 gennaio 2008


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Bosforo

Riparato, nella stanza, l’ultima
attendo che vengano.
Era uno, no erano molti,
erano in tre
hanno detto che avrebbero chiuso le frontiere,
preso tutti i cavalli, tagliata l’ultima gola.
L’ hanno vista, fin sulla soglia
cercava un varco, conduceva un figlio,
li precedeva un cane.
Ah, se avessero potuto chiudere la porta
sull’ultimo orizzonte come stella che esita
a cadere.
E...

postato da linodigianni alle ore 22:55 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: poesie, poesia, poesie mie


martedì, 29 gennaio 2008
Le nuvole, indecise
agguato sul sentiero che curva
dove ieri ti lasciasti  cadere.

Con due mani degli archi
infilati in zufoli attenti
sei sul ghiaccio, il mio alito
a reggere sicuri volteggi
postato da linodigianni alle ore 06:30 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: poesie, poesia, poesie mie, dichiarazioni


lunedì, 28 gennaio 2008

Persino insabbiata, venuta via
day by day
operosa conchiglia
che simulava venti sui mari aperti
ora se ne sta lì, faro al centro dello sguardo
        Non aiuta a capire, dimentica dei gesti
fino a ieri complici.
Quella che guardi ogni giorno
da anni, sempre diversa e con difficoltà
lasci entrare con gli stessi vestiti.
Forse ne riconosci la voce
con cui mente, per farsi accettare.
Forse è la tua scimmia da
Robinson Crusoe, il tuo Venerdì.
Volgi la testa, al mangiare comune
e ti rigiri ai suoi incubi nel sonno
ma conosci la matrice comune
dei vostri affanni.
Dunque, accetta le sue
entrate, ora meste
ora ridanciane
perlopiù aspettando.

postato da linodigianni alle ore 08:40 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: poesie, poesia, poesie mie, vento incerto


domenica, 27 gennaio 2008

Persino insabbiata, venuta via
day by day
privata della barba, operosa conchiglia
che simulava venti sui mari aperti
ora se ne sta lì, faro al centro dello sguardo
unico segno due ciglia che affermano o negano
esili, in transito, senza più vene d’acqua.
        Non aiuta a capire, dimentica dei gesti
fino a ieri complici.
Quella che guardi ogni giorno
da anni, sempre diversa e con difficoltà
lasci entrare con gli stessi vestiti.
Forse ne riconosci la voce
con cui mente, per farsi accettare.
Forse è la tua scimmia da
robinsoncrusoe, il tuo Venerdi.
Volgi la testa, al mangiare comune
e ti rigiri ai suoi incubi nel sonno
ma conosci la matrice comune
dei vostri affanni.
Dunque, accetta le sue
entrate, ora meste
ora ridanciane
perlopiù aspettando.

postato da linodigianni alle ore 18:54 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: poesie, poesia, poesie mie


sabato, 26 gennaio 2008
per scaricare prima raccolta  e-book

" Un occasione di vento" in formato pdf


http://www.feaciedizioni.it/testiPdf/LinoDiGianni.pdf
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categoria: poesie, poesia, poesie mie, ebook


venerdì, 25 gennaio 2008

Nelle preghiere a mente fredda
e bocca chiusa
nella vasca all’ombra venne su
il basilico
e sotto i piccoli venti
un po’ di mare salì
sulla mia schiena
cosicchè con la zappetta
tolsi appena un poco di
terraglia
prima di seminarmi,
qui.

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categoria: poesie, poesia, poesie mie, vento stretto


giovedì, 24 gennaio 2008
Che il cielo potesse aprirsi davvero
come la pancia  di un dinosauro
e rovesciare una foresta
e prosciugarsi di vento e del mare
e cancellare passi che tornano

senza preavviso
basta un sussulto
del corpo e del cuore
tutto questo senza  [ dolore ]

non era altro che lo sfiatamento
di una Balena
il passo fuggente [ di una falena ]
il piccolo sguardo di un occhio stizzito
per risalire nella corrente
come salmone [ di nostalgia ]
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categoria: poesie, poesia, poesie mie


martedì, 22 gennaio 2008

Avvistamenti

 

 

Quello che videro furono le braccia
coperte da uno scialle di lana
incrociate  distratte
rincorsa di volo.

Staccarono petali sbocciò
una corolla i capelli tornarono grigi
il profumo neonato:
spostamento
moto dei fianchi
sorriso.

Atollo vulcano

Ti tengo, vicino, per mano
ti abbasso la testa
ti sciolgo le corde:
io pitone nel cesto,
tu flauto
io concluso nel suono.
Asfodelo amaro succo me intriso.

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categoria: poesie, poesia, poesie mie


domenica, 20 gennaio 2008


Quello che videro, furono le braccia
coperte da uno scialle di lana
incrociate , distratta
rincorsa di volo.

Staccarono petali, sbocciò
una corolla, i capelli tornarono grigi
il profumo neonato:
e un passetto spostamento
e un moto dei fianchi
aperta al sorriso.

Atollo vulcano

Ti tengo, vicino, per mano
ti abbasso la testa
ti sciolgo le corde:
io pitone nel cesto,
tu flauto
io concluso nel suono
Asfodelo, amaro succo
me intriso.

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domenica, 20 gennaio 2008

Allora, anche


Allora, anche.
Pensavo arrivasse con gradualità,
annunciandosi.
Come saluti prima di una partenza,
cenni discreti di tacite intese
per lunghe comunanze.

Allora, anche.
E che portasse poi, insieme alle cose brutte, almeno
qualche credibile equidistanza.
O, almeno, una serena sapidità.
E invece, uggiolo, cagnetto fastidioso
che tenta l’azzanno a polpacci a tiro.
In affanno, con carenza d’aria.
Stordito a sera,
incupito e sfranto,
mi scopro spesso a covar rinunce.
Di fronte a me il Tempo,
uno straniero,
di lingua sconosciuta.

Allora, anche.
Imparo il flauto,
riguardo i libri.
Pensavo la poesia fosse
passero che zampetta.
Invece mi hai insegnato a sbozzare
il legno, nominare foglie e
inseguire le nervature,
per inventarti.

 * poesia scelta al concorso di poesia

" Un fiore di parola"
Si conclude con L’antologia dei vincitori e dei finalisti    la prima Edizione del Concorso di poesia “Un fiore di parola” dedicato a Martina Pluchino, mia figlia, e Federica Zagni, figlia di Morena Fanti, rispettivamente di 18 e 24 anni, vittime della strada.
qui sotto link al libro di morena fanti
linodigianni.splinder.com/post/15176664/di+morena+fanti%2Calias+ziaris%2Ca

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categoria: poesie, poesia, poesie mie, concorso


sabato, 19 gennaio 2008

  Canzone dell’arte pagana.

E mi piace dirti che là
di quanti ebbero  stentato coraggio
nessuno ci fu, ridevano prima poi sale e tremore
che portò via la testa mozzata del gallo vincente
spaccatogli il cuore con uno sperone
il veliero e le vele, nell’occhio riflesso l’onda  che cade

Raccolsi conchiglie, tre chiavi e una bibbia
sapevo d’istinto il calare dei venti, il male alle ossa
e i rimbombi da prua :
subimmo un attacco di scimmie
vedemmo dei fuochi, poi niente.

S’incurvò l’orizzonte, e l’ancora prese un abbaglio.
Io con perline e specchietti, loro frecce e coltelli.
Parlammo due lingue coi cavalli al galoppo.
Portammo del tifo, ricevemmo del cocco.

Due occhi di ghiaccio pensarono a tutto
mille occhi abbruniti tramontarono in coro:
indifesi ai diòscuri che venivan da Ovest
a nulla poterono Sacerdoti e pozioni,
fuochi e sacrifici.
Rimase una lingua meticcia, dei bambini incrociati
un odio a lungo trasmesso come fosse un segnale, notturno
d’una Terra affondata.

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sabato, 19 gennaio 2008


Parlando parole opache
nell’angolo della bocca una puttana
di giorno bianca che compra l’insalata
di notte nera che ti toglie l’anima da acciuga.
Mi chiedi di scrivere mentre sento il mercato.
è fresca stamattina la poesia, appena colta?
se me l’incarta e mi dà una busta
e nella borsa il tuo calzino spaiato.

Salgono, scendono dal tram
poche lingue veramente diverse, pochi hanno i biglietti
molti vengono da lontano e scendono qui all’angolo.
Sto cucendo delle foglie di banana, per fare un gonnellino
oggi rivedrò Josephine Baker, domani Marilyn Monroe.

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sabato, 19 gennaio 2008

Nelle lingue diverse, aspettando ad un angolo una puttana
guarda il colore della pelle col bianco del giorno
la violenza , comprare l’insalata , deliscare l’acciuga salata.
Guarda la tua faccia nello specchio del pregiudizio.
Io adoro queste tue scritture.
(Mi dica quanto fa, poi passo a pagare).
Come vuoi la poesia ?
La vuoi cioccolatino perugina, tutta bella incartata ?
che ti rincuori, rassodi
(e ti faccia ritrovare )
quel calzino colorato spaiato ?

Con calma sbuccio le patate, o la conservo che hanno più sapore.
Loro vanno a sciare stamattina io a pulire il culo di una vecchia che non conosco.
Il Lama dopo quarantrè anni di esserci di trascendenza è scappato con la sua
insegnante di italiano.
Aveva visto giusto mia zia Adalgisa che bagnando i fiori e preparando
la peperonata, aveva detto, quello non me la conta giusta.

E adesso cosa mi rappresentano tutte queste parole giustapposte, disarticolate
non credi che si senta che c’è il costruito ? Il costrutto ?
Salgono, scendono dal tram
poche lingue  veramente diverse pochi hanno i biglietti
molti vengono da lontano e scendono qui all’angolo.
Sto cucendo delle foglie di banana, per fare un gonnellino
oggi rivedrò Josephine Baker, domani Marilyn Monroe.


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sabato, 19 gennaio 2008
Nelle lingue diverse, aspettando ad un angolo una puttana
la violenza del comprare l’insalata
deliscare l’acciuga salata, io adoro queste tue scritture.
Mi dica quanto fa, poi passo a pagare.

La vuoi cioccolatino perugina, tutta bella incartata ?
che ti rincuori, rassodi e ti faccia ritrovare
quel calzino colorato spaiato che ti sei comprata.

Con calma sbuccio le patate, o la conservo che hanno più sapore.
Loro vanno a sciare stamattina io a pulire il culo di una vecchia che non conosco.
Il Lama dopo quarantrè anni di esercizi di trascendenza è scappato con la sua
insegnante di italiano.
Aveva visto giusto mia zia Adalgisa che bagnando i fiori e preparando
la peperonata,
aveva detto, quello non me la conta giusta.

E adesso cosa mi rappresentano tutte queste parole giustapposte, disarticolate
non credi che si senta che c’è il costruito ? Il costrutto ?
Salgono, scendono dal tram
poche lingue  veramente diverse pochi hanno i biglietti
molti vengono da lontano e scendono qui all’angolo.
Sto cucendo delle foglie di banana, per fare un gonnellino
oggi rivedrò Josephine Baker, domani Marilyn Monroe.

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categoria: poesie, poesia, poesie mie, vento burla


martedì, 15 gennaio 2008

nel prendere posto sul sedile preciso
della barca con cui scenderai la corrente


(dov’eri quando tentammo di inventare le rondini ? )

nel bere con calma tutta l’acqua in bottiglia
creando quell’ombra con l’arco del braccio

(solo l’idea del freddo di una pistola e il proiettile che sei morto)

nel porgere dimesso le borse diurne
parole  coagulo di ansie comuni
mi affanno a sciogliere il cane
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lunedì, 14 gennaio 2008

Questa sera, c’è l’alone di luna,  sarà freddo.
L’ acqua per terra, la vedo ghiacciata.
Bisognerà alzarlo,  quel fuoco. Lo hanno detto alla tele, ieri sera.
Sento tutti i telegiornali, mi tengo informata.
Le ragazze non mangiano più, vogliono tutte farsi veline,
e i maschi che dormono sempre. Si svegliano solo
per qualche messaggio, ci vediamo, x qlcosa, okkey , evvai.

Non tutte, per fortuna.
La Nerina, no. Lei è diversa. Sempre stata.
Lei dipinge colori che neanche a saperlo diresti che vengan da dentro.
Sapori di buon minestrone, col fagiano, la polenta.
Soltanto, lo strano, dentro i quadri son sempre le stesse le cose
che girano.
Uccelli, e poi flauti.
Mai un uomo, un bambino, un cestino di frutta,
o due fiori, una mucca.
No, solo uccelli che neanche li senti. O nel cielo, su un albero
con un flauto appoggiato.

Nel silenzio questi flauti e questi uccelli.
Per i cieli, s’aggiusta con gli occhi, di un azzurro diverso.
Dall’odore di terra vien fuori che  nei quadri lei sospende la crescita
il tempo diventa lumaca che esce , la piuma che cade, la polvere sparsa.

Lucrezio, il suo gatto, la tenta con le pose da cane da caccia,
Ma è del tutto evidente che è di poco talento

Meno male che nel nostro paese non accadono cose così brutte che lèvati
come si vedono in quel canale tivù.
Nessuna fatta a pezzi, niente bambino ammazzato, zero donne “sturpate”.
Immondissia, tutta bella e divisa nei suoi bei sacchettin.
Delle poche magie che sono rimasta capace mi basta d’isolar marmellate
allagar pomodori e convincere fagiolini a rinascere. 


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domenica, 13 gennaio 2008

Che un tavolo è un tavolo
e per quanto tu faccia non troverai l’anima del legno
se non nelle notti del rumore assordante dei tarli
o degli assi che si ritirano.
Giacchè di questo si tratta, di navi che spariscono
dopo essere partite, di ambizioni da bucanieri
tagliate all’altezza della gola da abitudini piccine.

Sono vecchia di troppi anni e mi sento bene ma
vorrei che le mie vele tornassero all’assenza dei venti,
mi accontenterei di lavare i pontili e rammendare le reti
e osservare la rotta segnata dai pesci volanti.

Se dovessi mettere in mare questo guscio di noce
carapace inghiottito dal rumore dei fondi
avrei il destino dei tonni, d’essere chiuso nel buio
di una latta .
Ogni giorno, allora, mi fingo in montagna
di dover, per il colmo di un caso
salire verso vette imbiancate,
d’occhi rauchi senza altri paraggi
E invece
spio,
l’altezza dei salti
da sardine strozzate
tra la valle dell’onda e il nevaio
e immagino
il motore unico
del mare, del monte, del mio sé
salato dentro il barattolo

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sabato, 12 gennaio 2008

In questa città dolente con il tram a
circolare destra o sinistra
alberi elettrici sulla piazza sotto la pioggia
dentro un ragazzo immerso nella scodella di latte
del volto