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giovedì, 09 luglio 2009
( Queste parole non si chetano,
assumono protocolli inesistenti
assetti variabili
a contatto con l'atmosfera.
Tanto, da renderne incerta
la scrittura ferma.)



L’uomo si dispose con il capo
appoggiato, la testa nell’incavo
del braccio.

Rifletteva, vicino alla parete
una luce raccolta.

Il mendicante smetteva la questua.
L’uomo pensò, vogliamo farci vedere
al meglio, nel nostro lavoro.

Una questione di orgoglio, di etica,
o di poter dire questo sono io.
 
L’uomo scriveva, leggeva, e poi
strappava
oscillando con le sue gambe
entro un falso movimento.

Forse ci prenderà prima la morte,
senza nemmeno sorprese.

Magari uno stiramento più
lungo, in assenza di respiro.

L’uomo chiese perché scrivi?
Perché poesie? Non senti
il senso del ridicolo
stringerti alla gola,
come un ladro fortuito?

Il mendicante si guardo’
le mani, si toccò in tasca.
Sorrise con un cenno d’intesa
alla donna con pochi denti
Che chiamava cana,
in assenza di alfabeti.


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mercoledì, 24 giugno 2009

martedì, 23 giugno 2009
A certe ore del giorno, in uno spazio stabilito
mi metto in fila per chiedere qualcosa.
Talvolta un giornale, o un po’ di pane
o almeno che venga il temporale.

Devo ricordarmi le parole, un po’ come
le chiavi.
Se dico, turista, cliente, customer satisfaction
mi danno un posto per dormire.

Se dico lavoro, migrante, dignità
mi fermano per mancanza
di identità conforme
come da protocollo.

Patria-e suolo
Dio è con noi
Dio è contro Allah
Solo L’Opus Dei ha i
timbri per i permessi di soggiorno.

A certe ore del giorno, rimango sempre
un po’ stupito.

Persone senza un cortorno definito,
offrono parole che nessuno capisce,
nemmeno le donne sono guardate.

Sfondano le porte, occupano le case.
Nessuna voce di bambino.
Nemmeno l’abbaiare di un cane.

Non suona più nemmeno il vicino
che sfiniva nel pomeriggio.

Rimane un vaso di margherite
che se lo bagno, si ravvivano
quei fiori, prima seccati.

© www.linodigianni.it
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mercoledì, 17 giugno 2009
In un , abbraccio, stretti come se
gira e sfoca l'occhio cinepresa

non sapere come, diverso dal cielo
Occhio tutto assorbe dentro il corpo dentro il corpo

tu corri tu corri tu corri
intorno, ritorno, nel mondo.

Adoro buttare la carta
quando finisce la
cioccolata, la carta
stagnola argentata
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mercoledì, 03 giugno 2009
Se le foglie avessero movimento
 nessuno se ne accorse.

Si sentì subito un battito sordo
di tamburo,
come di rivolta montante.

In molti guardarono,
aspettando moltitudini.

C'erano solo 7 ragazzetti
con tamburi
e uno striscione di lenzuolo,
bianco e piccolo.
" Via i razzisti dal quartiere".

Arrivarono 7 gendarmi, ma solo
in 4 avevano gli scudi.
La signora del piano di sotto
cambiò il canale col telecomando.
e tutto il rumore delle foglie
coprì il cielo
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lunedì, 25 maggio 2009
Tra la polvere dei sandali
e il sudore che si attaccava alla fronte
vide solo luccicanza di mare
lo portava il vento, annuendo.

Forse la notte il barcone
il bordo avrebbe sfiorato il fondo
ma nella culla saremmo stati in tanti.
Anche la donna con la pancia grande
frutto di un silenzio alla frontiera
un camminare coi fianchi pieni.

E dimmi che canti anche tu canzoni
e dimmi che mangi anche tu insieme
non ho che una lingua, e non è la mia.

Padre, dove fu che presi il coraggio
dimenticai le offese e portai in dono
tutti i sogni miei?
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lunedì, 25 maggio 2009

Hai chiuso le finestre ?

I limoni hanno un dondolio lieve,
nel giardino.

Si potessero trattenere

gli spazi , i passi
e la domanda muta.

Forse in una giornata
di sole che assedia
e invoglia alla resa.

Silenzio pesante che dura .




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martedì, 05 maggio 2009
Ora, io lo so.

Che siamo tutti soli, dentro una camera.
Con un’unica finestra, da cui guardare.

Alcuni vedono fiori, e uccelli, e quelle pietre
dove posi i passi, in montagna.

( E c’è quell’aria del mattino, unica
che ti insegue fin dentro i vestiti).

Ora, io lo so.
che per altri la finestra è spalancata
sulla paura di non farcela, di mancare i soldi
di essere aggrediti, di senza lavoro.

Ma.

Col tempo scelgo cosa guardare,
le parole da ascoltare, le poche cose
da dire.

E mi piace vedere le teste chine
e gli occhi intenti

A leggere parole, a cercare un quadro

A suonare le note cadute dal flauto.


Stiamo costruendo una ragnatela
grande come il mondo.

E’ un angolo di delicatezza.

© lino di gianni

vedere, per chi vuole,  www.linodigianni.it

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mercoledì, 22 aprile 2009

martedì, 21 aprile 2009
Dai segni consueti , dissi, in questa
di piazza, ci sono già stato.
Il tavolo fuori, la scritta, il selciato.
Manca forse la signora affacciata,
l’odor di caffè.

Non ricordo quelle ore,
giravo come
incantato.
Non avevo orari,
non parlavo con tutti.

Eravamo di corsa
per abbattere un muro.
Noi di qua, a toglier cemento.

Io contavo i fili d’erba
e la distanza
dalle zampe del grillo.

Erano giorni, quelli
che cadevano dritti
come cieli
dentro gli occhi di tutti.

Non potevi esser di meno
del filo orizzonte.

Come barca il destino
è partire
basta Ulisse, i telai
nottetempo usurati.

In questa giornata
che distanzia di poco
le punte maggiori
degli alberi
che ho sotto
butto zavorra giù dal cesto
della mia mongolfiera.

Accarezzo piano piano
il beccuccio dell’elio:

O lago, o vento
sulla rotta degli uccelli migratori,
le tue ciglia vicino vicino.


© linodigianni

sul mio sito , in ristrutturazione
si possono
prelevare altri scritti e poesie.
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venerdì, 17 aprile 2009
Sarajevo

                         Forse che, qualcuno pensasse
                         è già iniziata, la caccia quest’anno?

                         Solo che a volare, come starne nel bosco,
                         era un corpo aperto, nell’attimo esatto
                         in cui l’anima fluì.

                         Forse che i Campanili, le Moschee, le Chiese Ortodosse
                         sapevano? Pregavano?

                         Qualcuno attizzava la fiamma, sosteneva l’onda,
                         sempre “Il Dio è con noi” degli omicidi in guerra.

                         Qualcuno, come il sarto del paese, ricordava il suo
                         preciso nemico da cercare, il vicino di casa, liquori
                         bevuti insieme, ora gole aperte che esce, il veleno.

                         Dalle fontane acqua che gorgoglia,
                         le ultime paure e la sete
                         nelle gole di vetro.
                         L’ombra del ponte
                         solo è rimasta.

                         Io penso al suonatore di Violoncello
                         disperato, senza musica, senza pace
                         che offrì il fianco
                         che cercò memoria

                         Suonò solo il legno
                         mettendosi in croce.
 
 
                        
Non è, Mostar
 
                         Non è, camminare , e guardarsi indietro.
                         Non rimpianto, nostalgia, affanno.

                         Questo scoprirsi di gole seccate
                         di polvere di vetro, di guerre di lontananze.

                         Come se mi avessero messo a guardia
                         di una vecchia sedia impagliata
                         ne attendo il restauro, per testimoniare
                         un tempo di diversa consistenza

                         dove mani legno passione
                         facevano sostare
                         un peso
                         nella bellezza.

                         Non è, denunciare, o battersi per
                         Non scelta, decisione, appartenenza

                         Questo corpo con ossa dolenti
                         stretto dal corpetto di cuoio, dalle guerre per l’acqua

                         Come se mi avessero detto rimani
                         e io fossi andato a vedere oltre tutti
                         i deserti e le colonne d’Ercole
                         attendo la resa di voi guerrafondai, rimango in vita
                         verso che scava, fossa non riempita

                         Avevamo le mani strette
                         quando il sole ci ha riportato l’ombra
                         del Ponte, a Mostar.

                           

                                 il posto delle fragole

                                                  

                                Il primo giorno, la finestra rimase chiusa.
                                I cani abbaiarono, confondendo le attese,
                                nell'aria l'odore di pioggia, che non venne.

                                Nel posto delle fragole, vicino al muro,
                                un secchio capovolto,
                                la gomma dell' acqua tra la polvere.

                                Qualcuno disse di aver visto una bicicletta,
                                ma il giorno dopo non c'era più.
                                Alcuni trovarono vecchi volantini,
                                uno sciopero di otto ore, compagni delle
                                fabbriche, aderite, 1973.

                                Ma fu solo con la Luna piena,
                                arrivata d'anticipo,
                                che le strade del paese si riempirono di gente.
                                Silenziosi, degli uomini
                                arrotolarono prati e trascinarono alberi
                                spianarono colline e deviarono torrenti.

                                La mattina, accanto alla bicicletta
                                una scia di formiche e la punta dei cani
                                fecero trovare l'uomo
                                e la valigia.

                                Dentro, nuove sementi,
                                il sogno di Liberi tutti.

                                Nelle lenzuola stese, il risveglio
                                dei figli della mezzanotte.

                                      
La partita è persa,

                                      La partita è persa,
                                      uccisi i cavalli
                                      le orme cancellate
                                      - Avvisate i bambini -
                                      inutili le nascite.

                                      I resistenti si sono dati alla macchia
                                       - sparsi in montagna.
                                      Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
                                      Scattano fotografie in cui sia scomparso
                                      il ritratto di qualunque umano.

                                      Le speranze che avevamo ora
                                      sono fogliettini della fortuna
                                      - che distribuiscono vecchi col sorriso
                                      a stento - Sperano di non morire
                                      troppo presto. Perché devono finire l’orto.
                                      Perché devono viaggiare ancora.

                                      La partita è persa.
                                      Il generale Kutuzov respingerà ancora
                                      Napoleone - Ma prima,
                                      Levi eviterà il suicidio.

                                      Si metterà a scrivere per evocare
                                      i poeti ingenui - osservano le grotte d’aria.
                                      E si chiedono perché - osservano i massacri
                                      - ne aspettano altri.

                                      La partita è persa, le tracce disperse.
                                      I segni incomprensibili.
                                      Avvisate le staffette:
                                      portino nuove mappe.

                                      Dei non luoghi? Delle non immagini?
                                      Della Terra vista dalla Luna.
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giovedì, 16 aprile 2009
Non guardare, non voltarti
da questa parte.

Al finire dell’orizzonte
due puntelli di cartapesta
tengono su il fondale,
le onde sono un foulard di seta
e il canto degli uccelli si ripete
sempre uguale.

Non ci sono alghe, in fondo
a questo mare:
ci sono album di fotografie,
ci sono valigie.

Non ci sono paesi da raggiungere.
Tutto è già lì.
Nemmeno viene notte.

Dentro una conchiglia
trovata anni addietro
ascolto
il mare
le navi

passate

prima che la luce
se la inventasse l’alba.
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giovedì, 02 aprile 2009

Corri, Ruche, corri senza ricordare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza del secchio
dalla fontana, del freddo che mangiava la schiena
come topo una campana come quando

viene notte a concludere l’assedio.

Che vadano a morire, i gadgi dilo,
gli stranieri pazzi .
Non mostrerò più la mia bocca che ride
né il brillare dei denti d’oro
a questi poveri barbari
che vivono con la puzza di
un’officina chimica,
nelle bare di cemento
e hanno paura
e hanno paura.

Corri, Ruche, corri senza dimenticare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza dal cuore
della mano che ruba,
del bambino che mendica.

Allora, Ruche, nel fuoco rimasto
accesso, nella brace del primo
violento mattino
come a una lametta,

ti offriro’ la gola.
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giovedì, 02 aprile 2009
Se potessi, ah,
volesse il Cielo che..

mischierei un po’ le carte,
con umiltà, precisione e senso del dovere
mi permetterei di far rinascere alcuni.

Mi prenderei cura di loro,
perché abbiano un ‘ abitazione,
possibilmente infame, che di notte
mentre dormono, sentano
il cammino di schifose zampette
e corazze di boje panetere.

Che il loro cibo sia scarso e poco variato
che abbiano denti molto cariati
e genitori infelici con
poco o nessuna fortuna.

Cercherei di farli migrare
e affondare in qualche Lampedusa
di sposarsi e mettere gravide
donne senza amore.

Se, dopo tutta questa attenzione,
riuscissero ancora ad amare
le parole tanto da farne
delle scarpe di vento
io renderei grazie a Colui
che non rivela niente
che non sia già
tutto nello sguardo
che accompagna.

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martedì, 31 marzo 2009

Di Mani
domenica, 29 marzo 2009
Di mani che non arrivano
a raccogliere fiori,
il carretto gira per ferro avanzato
O carta e cartoni buttati.
Di sguardi che non si sono mai fermati
tanto lo sanno che non gli spetta niente
Semmai avanza qualcosa
È sempre andata così.
Anche le sberle da piccoli venivano cosi
Come un giorno segue ad un altro
Le urla di fai questo,
il rumore secco delle nocche sulla testa, ingoia
e non fare quello che piange, non serve.


Che io dimenticassi

Che io dimenticassi il mare
che c’era tra noi, che spostassi
le nuvole, ogni singola foglia verde
e, in numero di quindici,
i richiami delle sirene.

Che , prima che il bicchiere cadesse
 a terra, sotto il balcone degli amori improvvidi,
io avessi già preso gusto e ansia
e amo fondo nell’apice della gola, mia,
con lo sguardo fisso.

Che tu, non mi sparissi davanti
che non smettessi di stringere
che  tu, continuassi nel ridere
dove io, stanco, avessi a interromperlo.

Che non fosse semplice
lo sguardo lontano
lo scoprimmo presto, la mano
nel posto vuoto, nell’ombra mancante.
Le stelle
Nel mare
Gemelle, di quelle che in alto
Seccavano al sole.
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martedì, 31 marzo 2009
Fieno

Ti aprissero le vene
nel covone del fieno
piume d'uccello
vapore di brace
vino aspro da smorfie.

Riposa, oh riposa
e dona loro o Signore
il silenzio della lucertola
dopo che ebbe mozzata
la coda.

Filo

Al giocoliere che camminava
in precario equilibrio
a 200 metri d’altezza,
allargando le braccia,
e compensando di gambe,

dissero, volendo
la sai cogliere una rosa
senza toccare la spina
senza spaccarti per terra
o, meglio ancora,
senza più sogni
da raccontare
ora che il filo l’han venduto
e camminare ti tocca
mantenendo in equilibrio
la nave in bottiglia sul filo
del marciapiede
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martedì, 24 marzo 2009
sushi




Nelle doviziose linee che
gli aironi bianchi legano
con un volo da risaia

tu ferma a sorridere
della meraviglia
insieme al ragno che zampetta
su erba d’altalena.

Verso di cuculo che indietreggia
nell’ombra spessa a pomeriggio.
Incanto del mondo che scende
in gola come
un controcanto
vino asprigno e fruttato
oboe incerto, la mano finalmente
a riposo.

Il taglio cedevole
della gola
nel grano troppo maturo
Farfalla in volo
mentre si scioglie
il ghiacciaio.


stradivari



Con sale sui pali
( acqua che cancella le rughe )
il mio albero genera frutti
in mezzo al mare.

Sui rami per le vele
( lacrime alle finestre, indovina)
mi arrampico a tirarti i capelli
intreccio alghe per l’evasione con
il nocciolo in mano.

Ho generato un pesce
col movimento di ritorno
dell’onda.
Alle stelle miravo, davanti
ad una domanda
quasi le frasi del pappagallo.

Cosi prendiamo il largo
così s’immerge la luna.

Rigetto in mare questo
singhiozzo di vento, che cresca
temporale.

Imparerò prima o poi
a fare il punto delle stelle,
a giorno pieno.

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lunedì, 23 marzo 2009

Koln Concert ( Entire Album Keith Jarret)


Di rimanere lividi, in piedi
al centro della strada
incontrandoti  e vedendo
il lavoro del tempo, su di te.

E chiedermi subito, io anche ?

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lunedì, 23 marzo 2009
Che le parole non bastino
gli sguardi non arrivino fino a lì
che cadano come frecce
dalla corta gittata

paura che

non si capisca
la mano stringa troppo piano
che tu abbia iniziato a parlare
troppo piano

che io non sappia correre
abbastanza in fretta
per accompagnarti
a sparire
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sabato, 21 marzo 2009


 Le vele dei battelli
ho strappato,
e il vento che era al massimo del suo giro
Con l’ancora calata, in una baia di fortuna.

Lo scambio , lo specchietto, due giri di perline
io, il buon selvaggio, io venerdi.

Io seduto rimescola sulla sabbia
la costruzione del castello.
Io acqua, o incerta diga che si apre al dubbio.

Alga nella risacca
sguardo incerto ,
profondità del fondo peso
e il battito d’ali del gabbiano sul pesce.

Conchiglia, mi raccogli, intimo alla tua eco.

www.linodigianni.it

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giovedì, 19 marzo 2009

Con il fiore che scalcia
all’interno.

Silenzioso  lupo
a caccia di ombre.

Con la mano che si ritrae.

O un albero incerto
sul suo destino.

Se valesse di più, migrare.
 
O farsi acqua e terra
zuccheri e nutrimenti.

E indolenze ,estatiche,
danze immemori

Memoria di radici:
luna park di
lumache in amore.

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sabato, 14 febbraio 2009

Perché, l’erba
tagliata alle radici
insieme alla sabbia,
cosparsa dai sandali


Era un richiamo, quello ?
Uno sparo come grida
di affogato?

La bambina,
non lo sapeva.
Teneva stretta
la mano.
Teneva chiusi
gli occhi.
Pensava al dolce
dello zucchero,
che rimane, dopo.

Passato il corvo
finita scia di
lumaca.
Finita l’ultima
risata in fondo
di gola.

Torrente, fiore,
mucche cadute dal cielo
promessa di mare.
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martedì, 03 febbraio 2009

In viaggio con una bambina
seduta composta, molto seria
per i suoi quattro anni,
con le gambe che non toccavano terra
e il maglione rosso da scaramacai
fatto a mano dalla mamma rumena,
mentre non sa che il suo popolo
sono gli zingari di turno.

In mezzo a due gruppi : cinesi
e marocchini che ridono sentendo
le buffe pronunce degli altri

Richiesto di ascolto dalla donna clandestina
che , lontana dai figli, rischia di colpo
il lavoro, la casa, e i sacrifici fatti
nello stare lontano dagli affetti.
Gelosia della padrona italiana
che le mette tutti contro.

A lottare contro gli scatoloni
elettronici, che rubano tempo e senso di vita
a cercare le combinazioni delle serrature
per rubargli spiriti vitali.

A pensare al mio grillo canterino
che si ammazza di fatica
ma riempie di prati
il mio orizzonte.

A piangere di commozione
nel leggere un libretto che i piu non riusciranno
a conoscere, ma che ti agita tutto
perché riconosci le urgenze della scrittura..

A decidere di non scrivere piu
per gli altri, per nessuno
tanto non si puo capire
niente degli altri se non
la fabula, l'intreccio, il plot.

Proprio quello che mi interessa meno.

"Scrive cartoline perchè il suo respiro
gli impedisce di scrivere poesie come vorrebbe"

Ecco,  citazione tratta dal libretto
di cui parlavo.
(inutile che guardi su anobii)


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martedì, 03 febbraio 2009
Tributo al mito dei  miei 15 anni, C. P.



Cercare la strada che dal bricco
si stende tra la vigna e
la casa bruciata mi costava
sempre un salto del sangue,

un respiro d’affanno,
da torrente senz’acqua
cartavetro dei sassi.

Stavo fermo, l’ombra lunga
ricordando la puzza avanzata
forse  d'affanno, stentata,
masticando un po’ ottusa.

Persa, da capra che studia
una via del ritorno
scansando erbe, fino i grilli

a tentarla, saltandole agli occhi.

La vedevo, la Gina, dietro le serrande verdi
scostate.
Ne sentivo il calore passare sotto
la porta, macchia d’acqua
che afferra la gola.

Ti prendevo alle spalle,
mi dicevo, e tu inghiottivi
come un ghigno, soddisfatta
da capra che trova
il fienaggio.


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domenica, 25 gennaio 2009


Nonostante la pioggia battente,
le luci appena accese, qualche grido
ancora in aria.

Nonostante l’ansia dei conti da pagare,
il freddo della casa, il buio privato
dal conforto del sole.


Avevo sete e voglia di pianto,
una pianta di Erica e un pane lievitato.

Chiesi, posso farmi mendicante dopo
la Shoa?

Mi rispose Tinti, e il resto del gruppo


Non preoccuparti, trovermo anche noi
qualcuno da bruciare
col fosforo bianco

Grumi di pane da impastare col sangue
delle baba di Ramallah.


postato da linodigianni alle ore 09:17 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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lunedì, 12 gennaio 2009
guardo' da sotto in su
come un orso nella neve

e i suoi occhi infilarono
il filo cucendo uno strappo

nell'aria

non eri certo
che capisse

il tuo ciao, con la mano

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domenica, 11 gennaio 2009

la partita è persa, i cavalli uccisi
le orme cancellate
avvisate i bambini
le nascite inutili

i resistenti si sono dati alla macchia
sparsi in montagna
si occupano di cibo, pittura, poesia
fanno fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano

le speranze che avevamo ora sono
fogliettini della fortuna che
distribuiscono vecchi col sorriso
a  stento
sperano di non morire troppo presto
perchè devono finire l'orto
perchè devono viaggiare ancora

la partità è persa, il generale kutuzov
respingerà ancora napoleone
ma primo levi eviterà il suicidio

si metterà a scrivere per evocare
i poeti ingenui
che osservano le
grotte d'aria e si chiedono perchè
che osservano i massacri e se ne aspettano altri

La partità è persa, le tracce disperse
i segni incomprensibili
avvisate le staffette
che portino nuove mappe:

dei non luoghi, delle non immagini
della Terra vista dalla Luna.
© linodigianni


1 versione
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domenica, 11 gennaio 2009

La partita è persa, i cavalli uccisi
le orme cancellate
avvisate i bambini
le nascite inutili.

I resistenti si sono dati alla macchia
sparsi in montagna
si occupano di musica, poesia
fotografie in cui sia scomparso
il ritratto umano.

Le speranze che avevamo ora sono
fogliettini della fortuna
li distribuiscono vecchi
sperano di non morire  presto
per finire l'orto
per viaggiare ancora.

La partità è persa, il Generale Kutuzov
respingerà ancora Napoleone
Primo Levi eviterà il suicidio

La partità è persa, le tracce smarrite
i segni incomprensibili
avvisate le staffette
che portino nuove mappe:

dei non luoghi, delle non immagini
della Terra vista dalla Luna.
© linodigianni


2 versione
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domenica, 11 gennaio 2009
La partita è persa,
uccisi i cavalli
le orme cancellate
- Avvisate i bambini -
inutili le nascite.

I resistenti si sono dati alla macchia
 - sparsi in montagna.
Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
Scattano fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano.

Le speranze che avevamo ora
sono fogliettini della fortuna
- che distribuiscono vecchi col sorriso
a stento - Sperano di non morire
troppo presto.Perchè devono finire l'orto.
Perchè devono viaggiare ancora.

La partità è persa.
Il generale Kutuzov respingerà ancora
Napoleone - Ma prima,
Levi eviterà il suicidio.

Si metterà a scrivere per evocare
i poeti ingenui - osservano le grotte d'aria.
E si chiedono perchè - osservano i massacri
- ne aspettano altri.

La partità è persa, le tracce disperse.
I segni incomprensibili.
Avvisate le staffette:
portino nuove mappe.

Dei non luoghi? Delle non immagini?
Della Terra vista dalla Luna.

3 versione rivista da Lam

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martedì, 16 dicembre 2008

"Non ho che una lingua, e non è la mia"

Agg vist a luna ca cagnava, stanott
me sugnav a zi’ Rusenell
e a faccia soia era na lampa
che s’accenneva
e s’astutav.
Accussì, senza mutiv.
M’arricord che jie ce dicette
Zi’Ros ma vujie m’arriconoscete?
V’arricordat o Figl e’ Maria e Vitucc’ ?
Eh, ‘come no? M’arrispondette chella femmen
A Maronna t’accumpagn, mo vac accattà
nu pocullil è cafè, ca l’aggia fur’nut.

A quel momento, m’arrisb’gliai
cu l’acqua du sudor che m’attraversav
Nu brivid de friscur sott’ a pell.
A luna stav a chiagn n’d ciel
nascost dall’avre d’ gels

Pur in mezz a campagn
so’ chiantat e ricuord,
o saji?
Pur in mezz’ o pan
ca mo tagli
tunn comm o munn
cha te chiam comm na lun
cha mo’ s’accenn e mo’ se stut,
e te ratt n’gann

© lino di gianni

Traduzione

Ho visto la luna che cambiava
stanotte
e la sua faccia era una lampada
che si accendeva e si spegneva.

Così, senza motivo.

Mi ricordo che io le dissi
Zia Rosa, ma voi mi riconoscete?
Vi ricordate del figlio di Maria e di Vito?

Eh, come no? Mi rispose quella donna
La Madonna ti accompagni, adesso vado a comprare
un poco di caffè, chè l’ho finito.

In quel momento, mi risvegliai
Con l’acqua del sudore che mi attraversava
un brivido di fresco sotto la pelle
La Luna  stava a piangere nel cielo
nascosta da un albero di gelso.
Anche in mezzo alla campagna
sono piantati i ricordi, sai?

Anche in mezzo al pane che adesso taglio
rotondo come mondo
Come luna
adesso si accende adesso si spegne
adesso ti gratta in gola.


( Di origine pugliese,ma essendo sempre vissuto a Torino,
capisco il dialetto, ma non lo parlo.
Questa deve essere una mia neo-lingua
che mescola fonemi, inventa grafemi.
Pure, il dialetto, "t'alliscia 'a capa", ti accarezza la testa."

linodigianni
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lunedì, 15 dicembre 2008

Sul vetro che divide io che guardo
dalle strade dai luoghi camminati

si muovono le gocce verso il punto.

Sono anni che si uniscono così i conoscenti
quasi fiumi carsici.

Disegnano degli archi che non diresti mai
essere la mappa degli incontri mancati
quelli che non ricordi
o che ancora aspettano all’angolo.

Il pane da comprare per continuare casa,
l’acqua da tenere che serve domani.

La serra dove conservi gli aromi
ha i lembi sollevati, è entrato un po’ di vento

Le urla che hanno sollecitato gli spaventi
mettile in tasca, buone per domani.

Meglio essere preparati e riconoscere
gli affanni.

Guarda le nuvole le foglie senza margini
pozzanghere rimaste
deserti attraversati
in sonno.

Ah, poter essere grondaia
paiolo in rame
bialèra accanto al sentiero.


linodigianni
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domenica, 14 dicembre 2008


Non spegnere stasera.
La finestra aperta 
Che entri aria.

Ho visto le onde a cuspide nel lago
teste di salamandre viola
nei grigi azzurrati.

La bocca della ciminiera
predisposta a nebbia.

La luce smessa alle finestre.

Qualche bambino grida,
un pallone bucato in strada,
Ancora aperto il negozio
di Pinin, sera tardi.

Chissà perché tutti aspettavano
il Belbo, che uscisse

dal suo letto, rompesse gli indugi,
America, America.

Allagasse tutto,
cadesse dal cielo in pianura
soffocasse la polvere delle vigne
via sterpi, lumache
e madame incipriate.

Che sia Moby Dick,
per tutti.

© lino di gianni
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