( Queste parole non si chetano,
assumono protocolli inesistenti
assetti variabili
a contatto con l'atmosfera.
Tanto, da renderne incerta
la scrittura ferma.)
L’uomo si dispose con il capo
appoggiato, la testa nell’incavo
del braccio.
Rifletteva, vicino alla parete
una luce raccolta.
Il mendicante smetteva la questua.
L’uomo pensò, vogliamo farci vedere
al meglio, nel nostro lavoro.
Una questione di orgoglio, di etica,
o di poter dire questo sono io.
L’uomo scriveva, leggeva, e poi
strappava
oscillando con le sue gambe
entro un falso movimento.
Forse ci prenderà prima la morte,
senza nemmeno sorprese.
Magari uno stiramento più
lungo, in assenza di respiro.
L’uomo chiese perché scrivi?
Perché poesie? Non senti
il senso del ridicolo
stringerti alla gola,
come un ladro fortuito?
Il mendicante si guardo’
le mani, si toccò in tasca.
Sorrise con un cenno d’intesa
alla donna con pochi denti
A certe ore del giorno, in uno spazio stabilito
mi metto in fila per chiedere qualcosa.
Talvolta un giornale, o un po’ di pane
o almeno che venga il temporale.
Devo ricordarmi le parole, un po’ come
le chiavi.
Se dico, turista, cliente, customer satisfaction
mi danno un posto per dormire.
Se dico lavoro, migrante, dignità
mi fermano per mancanza
di identità conforme
come da protocollo.
Patria-e suolo
Dio è con noi
Dio è contro Allah
Solo L’Opus Dei ha i
timbri per i permessi di soggiorno.
A certe ore del giorno, rimango sempre
un po’ stupito.
Persone senza un cortorno definito,
offrono parole che nessuno capisce,
nemmeno le donne sono guardate.
Sfondano le porte, occupano le case.
Nessuna voce di bambino.
Nemmeno l’abbaiare di un cane.
Non suona più nemmeno il vicino
che sfiniva nel pomeriggio.
Rimane un vaso di margherite
che se lo bagno, si ravvivano
quei fiori, prima seccati.
Se le foglie avessero movimento
nessuno se ne accorse.
Si sentì subito un battito sordo
di tamburo,
come di rivolta montante.
In molti guardarono,
aspettando moltitudini.
C'erano solo 7 ragazzetti
con tamburi
e uno striscione di lenzuolo,
bianco e piccolo.
" Via i razzisti dal quartiere".
Arrivarono 7 gendarmi, ma solo
in 4 avevano gli scudi.
La signora del piano di sotto
cambiò il canale col telecomando.
e tutto il rumore delle foglie
coprì il cielo
Tra la polvere dei sandali
e il sudore che si attaccava alla fronte
vide solo luccicanza di mare
lo portava il vento, annuendo.
Forse la notte il barcone
il bordo avrebbe sfiorato il fondo
ma nella culla saremmo stati in tanti.
Anche la donna con la pancia grande
frutto di un silenzio alla frontiera
un camminare coi fianchi pieni.
E dimmi che canti anche tu canzoni
e dimmi che mangi anche tu insieme
non ho che una lingua, e non è la mia.
Padre, dove fu che presi il coraggio
dimenticai le offese e portai in dono
tutti i sogni miei?
Dai segni consueti , dissi, in questa
di piazza, ci sono già stato.
Il tavolo fuori, la scritta, il selciato.
Manca forse la signora affacciata,
l’odor di caffè.
Non ricordo quelle ore,
giravo come
incantato.
Non avevo orari,
non parlavo con tutti.
Eravamo di corsa
per abbattere un muro.
Noi di qua, a toglier cemento.
Io contavo i fili d’erba
e la distanza
dalle zampe del grillo.
Erano giorni, quelli
che cadevano dritti
come cieli
dentro gli occhi di tutti.
Non potevi esser di meno
del filo orizzonte.
Come barca il destino
è partire
basta Ulisse, i telai
nottetempo usurati.
In questa giornata
che distanzia di poco
le punte maggiori
degli alberi
che ho sotto
butto zavorra giù dal cesto
della mia mongolfiera.
Accarezzo piano piano
il beccuccio dell’elio:
O lago, o vento
sulla rotta degli uccelli migratori,
le tue ciglia vicino vicino.
Forse che, qualcuno pensasse
è già iniziata, la caccia quest’anno?
Solo che a volare, come starne nel bosco,
era un corpo aperto, nell’attimo esatto
in cui l’anima fluì.
Forse che i Campanili, le Moschee, le Chiese Ortodosse
sapevano? Pregavano?
Qualcuno attizzava la fiamma, sosteneva l’onda,
sempre “Il Dio è con noi” degli omicidi in guerra.
Qualcuno, come il sarto del paese, ricordava il suo
preciso nemico da cercare, il vicino di casa, liquori
bevuti insieme, ora gole aperte che esce, il veleno.
Dalle fontane acqua che gorgoglia,
le ultime paure e la sete
nelle gole di vetro.
L’ombra del ponte
solo è rimasta.
Io penso al suonatore di Violoncello
disperato, senza musica, senza pace
che offrì il fianco
che cercò memoria
Suonò solo il legno
mettendosi in croce.
Non è, Mostar
Non è, camminare , e guardarsi indietro.
Non rimpianto, nostalgia, affanno.
Questo scoprirsi di gole seccate
di polvere di vetro, di guerre di lontananze.
Come se mi avessero messo a guardia
di una vecchia sedia impagliata
ne attendo il restauro, per testimoniare
un tempo di diversa consistenza
dove mani legno passione
facevano sostare
un peso
nella bellezza.
Non è, denunciare, o battersi per
Non scelta, decisione, appartenenza
Questo corpo con ossa dolenti
stretto dal corpetto di cuoio, dalle guerre per l’acqua
Come se mi avessero detto rimani
e io fossi andato a vedere oltre tutti
i deserti e le colonne d’Ercole
attendo la resa di voi guerrafondai, rimango in vita
verso che scava, fossa non riempita
Avevamo le mani strette
quando il sole ci ha riportato l’ombra
del Ponte, a Mostar.
il posto delle fragole
Il primo giorno, la finestra rimase chiusa.
I cani abbaiarono, confondendo le attese,
nell'aria l'odore di pioggia, che non venne.
Nel posto delle fragole, vicino al muro,
un secchio capovolto,
la gomma dell' acqua tra la polvere.
Qualcuno disse di aver visto una bicicletta,
ma il giorno dopo non c'era più.
Alcuni trovarono vecchi volantini,
uno sciopero di otto ore, compagni delle
fabbriche, aderite, 1973.
Ma fu solo con la Luna piena,
arrivata d'anticipo,
che le strade del paese si riempirono di gente.
Silenziosi, degli uomini
arrotolarono prati e trascinarono alberi
spianarono colline e deviarono torrenti.
La mattina, accanto alla bicicletta
una scia di formiche e la punta dei cani
fecero trovare l'uomo
e la valigia.
Dentro, nuove sementi,
il sogno di Liberi tutti.
Nelle lenzuola stese, il risveglio
dei figli della mezzanotte.
La partita è persa,
La partita è persa,
uccisi i cavalli
le orme cancellate
- Avvisate i bambini -
inutili le nascite.
I resistenti si sono dati alla macchia
- sparsi in montagna.
Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
Scattano fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano.
Le speranze che avevamo ora
sono fogliettini della fortuna
- che distribuiscono vecchi col sorriso
a stento - Sperano di non morire
troppo presto. Perché devono finire l’orto.
Perché devono viaggiare ancora.
La partita è persa.
Il generale Kutuzov respingerà ancora
Napoleone - Ma prima,
Levi eviterà il suicidio.
Si metterà a scrivere per evocare
i poeti ingenui - osservano le grotte d’aria.
E si chiedono perché - osservano i massacri
- ne aspettano altri.
La partita è persa, le tracce disperse.
I segni incomprensibili.
Avvisate le staffette:
portino nuove mappe.
Dei non luoghi? Delle non immagini?
Della Terra vista dalla Luna.
Al finire dell’orizzonte
due puntelli di cartapesta
tengono su il fondale,
le onde sono un foulard di seta
e il canto degli uccelli si ripete
sempre uguale.
Non ci sono alghe, in fondo
a questo mare:
ci sono album di fotografie,
ci sono valigie.
Non ci sono paesi da raggiungere.
Tutto è già lì.
Nemmeno viene notte.
Dentro una conchiglia
trovata anni addietro
ascolto
il mare
le navi
Corri, Ruche, corri senza ricordare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza del secchio
dalla fontana, del freddo che mangiava la schiena
come topo una campana come quando
viene notte a concludere l’assedio.
Che vadano a morire, i gadgi dilo,
gli stranieri pazzi .
Non mostrerò più la mia bocca che ride
né il brillare dei denti d’oro
a questi poveri barbari
che vivono con la puzza di
un’officina chimica,
nelle bare di cemento
e hanno paura
e hanno paura.
Corri, Ruche, corri senza dimenticare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza dal cuore
della mano che ruba,
del bambino che mendica.
Allora, Ruche, nel fuoco rimasto
accesso, nella brace del primo
violento mattino
come a una lametta,
mischierei un po’ le carte,
con umiltà, precisione e senso del dovere
mi permetterei di far rinascere alcuni.
Mi prenderei cura di loro,
perché abbiano un ‘ abitazione,
possibilmente infame, che di notte
mentre dormono, sentano
il cammino di schifose zampette
e corazze di boje panetere.
Che il loro cibo sia scarso e poco variato
che abbiano denti molto cariati
e genitori infelici con
poco o nessuna fortuna.
Cercherei di farli migrare
e affondare in qualche Lampedusa
di sposarsi e mettere gravide
donne senza amore.
Se, dopo tutta questa attenzione,
riuscissero ancora ad amare
le parole tanto da farne
delle scarpe di vento
io renderei grazie a Colui
che non rivela niente
che non sia già
tutto nello sguardo
che accompagna.
Di mani che non arrivano
a raccogliere fiori,
il carretto gira per ferro avanzato
O carta e cartoni buttati.
Di sguardi che non si sono mai fermati
tanto lo sanno che non gli spetta niente
Semmai avanza qualcosa
È sempre andata così.
Anche le sberle da piccoli venivano cosi
Come un giorno segue ad un altro
Le urla di fai questo,
il rumore secco delle nocche sulla testa, ingoia
e non fare quello che piange, non serve.
Che io dimenticassi
Che io dimenticassi il mare
che c’era tra noi, che spostassi
le nuvole, ogni singola foglia verde
e, in numero di quindici,
i richiami delle sirene.
Che , prima che il bicchiere cadesse
a terra, sotto il balcone degli amori improvvidi,
io avessi già preso gusto e ansia
e amo fondo nell’apice della gola, mia,
con lo sguardo fisso.
Che tu, non mi sparissi davanti
che non smettessi di stringere
che tu, continuassi nel ridere
dove io, stanco, avessi a interromperlo.
Che non fosse semplice
lo sguardo lontano
lo scoprimmo presto, la mano
nel posto vuoto, nell’ombra mancante.
Le stelle
Nel mare
Gemelle, di quelle che in alto
Seccavano al sole.
Ti aprissero le vene
nel covone del fieno
piume d'uccello
vapore di brace
vino aspro da smorfie.
Riposa, oh riposa
e dona loro o Signore
il silenzio della lucertola
dopo che ebbe mozzata
la coda.
Filo
Al giocoliere che camminava
in precario equilibrio
a 200 metri d’altezza,
allargando le braccia,
e compensando di gambe,
dissero, volendo
la sai cogliere una rosa
senza toccare la spina
senza spaccarti per terra
o, meglio ancora,
senza più sogni
da raccontare
ora che il filo l’han venduto
e camminare ti tocca
mantenendo in equilibrio
la nave in bottiglia sul filo
del marciapiede
Nelle doviziose linee che
gli aironi bianchi legano
con un volo da risaia
tu ferma a sorridere
della meraviglia
insieme al ragno che zampetta
su erba d’altalena.
Verso di cuculo che indietreggia
nell’ombra spessa a pomeriggio.
Incanto del mondo che scende
in gola come
un controcanto
vino asprigno e fruttato
oboe incerto, la mano finalmente
a riposo.
Il taglio cedevole
della gola
nel grano troppo maturo
Farfalla in volo
mentre si scioglie
il ghiacciaio.
stradivari
Con sale sui pali
( acqua che cancella le rughe )
il mio albero genera frutti
in mezzo al mare.
Sui rami per le vele
( lacrime alle finestre, indovina)
mi arrampico a tirarti i capelli
intreccio alghe per l’evasione con
il nocciolo in mano.
Ho generato un pesce
col movimento di ritorno
dell’onda.
Alle stelle miravo, davanti
ad una domanda
quasi le frasi del pappagallo.
Cosi prendiamo il largo
così s’immerge la luna.
Rigetto in mare questo
singhiozzo di vento, che cresca
temporale.
Imparerò prima o poi
a fare il punto delle stelle,
a giorno pieno.
In viaggio con una bambina
seduta composta, molto seria
per i suoi quattro anni,
con le gambe che non toccavano terra
e il maglione rosso da scaramacai
fatto a mano dalla mamma rumena,
mentre non sa che il suo popolo
sono gli zingari di turno.
In mezzo a due gruppi : cinesi
e marocchini che ridono sentendo
le buffe pronunce degli altri
Richiesto di ascolto dalla donna clandestina
che , lontana dai figli, rischia di colpo
il lavoro, la casa, e i sacrifici fatti
nello stare lontano dagli affetti.
Gelosia della padrona italiana
che le mette tutti contro.
A lottare contro gli scatoloni
elettronici, che rubano tempo e senso di vita
a cercare le combinazioni delle serrature
per rubargli spiriti vitali.
A pensare al mio grillo canterino
che si ammazza di fatica
ma riempie di prati
il mio orizzonte.
A piangere di commozione
nel leggere un libretto che i piu non riusciranno
a conoscere, ma che ti agita tutto
perché riconosci le urgenze della scrittura..
A decidere di non scrivere piu
per gli altri, per nessuno
tanto non si puo capire
niente degli altri se non
la fabula, l'intreccio, il plot.
Proprio quello che mi interessa meno.
"Scrive cartoline perchè il suo respiro
gli impedisce di scrivere poesie come vorrebbe"
Ecco, citazione tratta dal libretto
di cui parlavo.
(inutile che guardi su anobii)
la partita è persa, i cavalli uccisi
le orme cancellate
avvisate i bambini
le nascite inutili
i resistenti si sono dati alla macchia
sparsi in montagna
si occupano di cibo, pittura, poesia
fanno fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano
le speranze che avevamo ora sono
fogliettini della fortuna che
distribuiscono vecchi col sorriso
a stento
sperano di non morire troppo presto
perchè devono finire l'orto
perchè devono viaggiare ancora
la partità è persa, il generale kutuzov
respingerà ancora napoleone
ma primo levi eviterà il suicidio
si metterà a scrivere per evocare
i poeti ingenui
che osservano le
grotte d'aria e si chiedono perchè
che osservano i massacri e se ne aspettano altri
La partità è persa, le tracce disperse
i segni incomprensibili
avvisate le staffette
che portino nuove mappe:
La partita è persa, i cavalli uccisi
le orme cancellate
avvisate i bambini
le nascite inutili.
I resistenti si sono dati alla macchia
sparsi in montagna
si occupano di musica, poesia
fotografie in cui sia scomparso
il ritratto umano.
Le speranze che avevamo ora sono
fogliettini della fortuna
li distribuiscono vecchi
sperano di non morire presto
per finire l'orto
per viaggiare ancora.
La partità è persa, il Generale Kutuzov
respingerà ancora Napoleone
Primo Levi eviterà il suicidio
La partità è persa, le tracce smarrite
i segni incomprensibili
avvisate le staffette
che portino nuove mappe:
uccisi i cavalli
le orme cancellate
- Avvisate i bambini -
inutili le nascite.
I resistenti si sono dati alla macchia
- sparsi in montagna.
Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
Scattano fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano.
Le speranze che avevamo ora
sono fogliettini della fortuna
- che distribuiscono vecchi col sorriso
a stento - Sperano di non morire
Agg vist a luna ca cagnava, stanott
me sugnav a zi’ Rusenell
e a faccia soia era na lampa
che s’accenneva
e s’astutav.
Accussì, senza mutiv.
M’arricord che jie ce dicette
Zi’Ros ma vujie m’arriconoscete?
V’arricordat o Figl e’ Maria e Vitucc’ ?
Eh, ‘come no? M’arrispondette chella femmen
A Maronna t’accumpagn, mo vac accattà
nu pocullil è cafè, ca l’aggia fur’nut.
A quel momento, m’arrisb’gliai
cu l’acqua du sudor che m’attraversav
Nu brivid de friscur sott’ a pell.
A luna stav a chiagn n’d ciel
nascost dall’avre d’ gels
Pur in mezz a campagn
so’ chiantat e ricuord,
o saji?
Pur in mezz’ o pan
ca mo tagli
tunn comm o munn
cha te chiam comm na lun
cha mo’ s’accenn e mo’ se stut,
e te ratt n’gann
Ho visto la luna che cambiava
stanotte
e la sua faccia era una lampada
che si accendeva e si spegneva.
Così, senza motivo.
Mi ricordo che io le dissi
Zia Rosa, ma voi mi riconoscete?
Vi ricordate del figlio di Maria e di Vito?
Eh, come no? Mi rispose quella donna
La Madonna ti accompagni, adesso vado a comprare
un poco di caffè, chè l’ho finito.
In quel momento, mi risvegliai
Con l’acqua del sudore che mi attraversava
un brivido di fresco sotto la pelle
La Luna stava a piangere nel cielo
nascosta da un albero di gelso.
Anche in mezzo alla campagna
sono piantati i ricordi, sai?
Anche in mezzo al pane che adesso taglio
rotondo come mondo
Come luna
adesso si accende adesso si spegne
adesso ti gratta in gola.
( Di origine pugliese,ma essendo sempre vissuto a Torino,
capisco il dialetto, ma non lo parlo.
Questa deve essere una mia neo-lingua
che mescola fonemi, inventa grafemi.
Pure, il dialetto, "t'alliscia 'a capa", ti accarezza la testa."